VERTIGINE
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La montagna, a duemila metri di quota, non tollera le mezze misure.
Essa impone una dittatura della verticalità, una geografia spietata in cui ogni pietra, ogni sporgenza di roccia calcarea e ogni soffio d'aria gelida ricordano all'essere umano la propria insignificanza biologica. Eppure, proprio ai margini di questo baratro, dove la ragione civile e le sovrastrutture della morale quotidiana dovrebbero irrigidirsi per autodifesa, la fragilità dei corpi trova una via d'accesso segreta e implacabile.
Eravamo partiti dal tornante inferiore all'imbrunire, quando il sole aveva già ceduto il passo a un crepuscolo livido, fangoso di nuvole basse. L'aria portava con sé l'odore inconfondibile della pioggia imminente, un misto di resina di pino mugo macerata, umidità di sottobosco e pietra fredda. Il gruppo era composto da due coppie di lunga data, legate da un'amicizia che nel corso degli anni si era fatta talmente stretta, quasi claustrofobica, da trasformare le cene del fine settimana, le vacanze estive e le confidenze notturne in un unico, prolungato tessuto domestico.
Per fare estrema chiarezza fin dall'inizio, le coppie ufficiali in partenza erano rigorosamente due: io, Paolo e la mia compagna Elena e Marco e sua moglie Giulia.
Visto dall'esterno, il nostro sodalizio appariva inattaccabile, un modello di stabilità borghese e di pacifica convivenza. Ma le unioni longeve non sono mai monumenti di marmo: assomigliano piuttosto a faglie geologiche sotto pressione, dove le zolle si muovono in silenzio per anni, accumulando attrito, finché un evento esterno o una crepa improvvisa non liberano l'energia accumulata. E quella passerella sospesa sul Passo del Diavolo — una lama di metallo zincato lunga centoventi metri, sospesa nel vuoto a oltre duecento metri d'altezza — era la faglia perfetta.
Il Passo del Diavolo separava due bastioni di roccia nera che la nebbia aveva quasi del tutto cancellato, inghiottendo le pareti verticali e lasciando emergere soltanto i profili spigolosi dei torrioni superiori.
Quel vuoto non era un'assenza; era una presenza viva, una massa d'aria densa, pesante, che saliva dal fondo della gola con folate umide capaci di penetrare sottopelle attraverso le giacche tecniche.
Elena, mia moglie, aveva cinquantacinque anni. Era una donna di una bellezza dolce, segnata da lineamenti morbidi. I suoi capelli castano chiaro, tagliati corti e tenuti sempre in perfetto ordine, quella sera venivano scompigliati senza pietà dalle raffiche d'alta quota, scoprendo un collo lungo, di un pallore marmoreo, sul quale la pelle tesa vibrava a ogni brivido.
Indossava un guscio impermeabile scuro, in contrasto con i suoi occhi azzurro cielo.
La rigidità delle sue spalle tradiva una tensione profonda.
Elena era la mente ordinata del gruppo, colei che custodiva le regole, che pianificava ogni uscita con meticolosità geometrica. E proprio per questo, vederla lì, con le nocche delle dita completamente sbiancate per la presa disperata sui cavi d'acciaio intrecciati, significava assistere all'inizio del crollo di ogni sua certezza.
All'opposto, Giulia, moglie di Marco, incarnava una fisicità completamente diversa, calda, terrena e dirompente.
Giulia possedeva una sensualità felina che non aveva mai cercato di nascondere, fatta di sguardi obliqui, di risate basse che vibravano in fondo alla gola e di un modo di muoversi che sembrava sfidare qualsiasi codice formale.
Aveva cinquantadue anni, labbra naturalmente carnose, leggermente screpolate dal vento freddo, e grandi occhi verdi che in quella penombra sembravano catturare ogni barlume di luce.
La stoffa elasticizzata dei suoi pantaloni da trekking disegnava con precisione millimetrica la curva dei fianchi e la rotondità delle cosce, trasformando ogni suo passo in un'affermazione di carne viva contro la geometria fredda del metallo.
Marco, mio grande amico, procedeva poco avanti.
Alto quasi un metro e novanta, massiccio, con spalle larghe e mani grandi capaci di spezzare un ramo nodoso senza sforzo, Marco era l'uomo delle decisioni pratiche, colui che guidava le escursioni e apriva la pista. Sotto l'apparenza rassicurante del protettore, però, Marco celava un'inquietudine sorda, un appetito viscerale che negli ultimi mesi si era nutrito di silenzi carichi di sottintesi e di sguardi troppo lunghi.
Tra me e Marco c'era un'intesa maschile antica, fatta di poche parole e di una concorrenza sotterranea mai verbalizzata. E tra Elena e Giulia esisteva un parallelismo silenzioso: due modi opposti di intendere il ruolo di compagna, che la montagna, con la sua crudele spietatezza, stava riducendo a zero.
La passerella rispondeva a ogni passo con un'oscillazione ritmica, un sussulto sordo che partiva dalle griglie zincate, saliva lungo le caviglie e si piantava dritto nello sterno. Era un battito cardiaco meccanico, estraneo, che imponeva una sincronia forzata tra i nostri quattro corpi.
Fu Giulia a rompere per prima lo schema. Con un gesto improvviso, quasi teatrale nella sua urgenza, si fermò, si chinò sulle griglie e si sfilò gli scarponi pesanti lasciandoli abbandonati sul metallo.
I suoi piedi, protetti soltanto da calze di lana sottile, toccarono direttamente la superficie gelida della passerella. Un brivido acuto le attraversò il corpo, strappandole un respiro strozzato, un gemito involontario che le inarcò la schiena e fece contrarre i muscoli delle gambe in un guizzo di pura vulnerabilità.
— Che fai, Giulia? — mormorò Marco, voltandosi di scatto verso sua moglie. La sua voce era roca, tesa.
— Ho bisogno di sentire dove metto i piedi — rispose lei, con un sorriso febbrile che le accendeva le labbra. — Qui sopra non ci sono regole.
Io la seguivo a distanza ravvicinata. Ogni volta che Giulia spostava il peso, la campata fletteva lateralmente, costringendomi a stringere la distanza per non perdere l'equilibrio. Il profumo della sua pelle, riscaldata dallo sforzo e mescolata all'odore acre della nebbia e della resina, mi investì con la violenza di uno schiaffo.
Elena, mia moglie, si era bloccata a metà della traversata. Era immobile, aggrappata ai tiranti con entrambe le mani, incapace di avanzare o di tornare indietro. Il suo respiro era diventato corto, quasi un sibilo.
Marco, con un movimento deciso, le si era avvicinato per sostenerla, dal momento che Giulia camminava scalza poco più avanti.
Fu in quel millisecondo che il confine tra le coppie smise di esistere.
La raffica di vento che investì la gola fu così violenta da far sobbalzare l'intera struttura d'acciaio. La balaustra oscillò di almeno trenta centimetri, facendo barcollare Giulia. In quel preciso istante, Marco si trovava indietro a soccorrere mia moglie Elena. Perciò, a trovarsi a un passo da Giulia fui io: per evitarne la caduta, le scivolai dietro le spalle, afferrandola con entrambe le mani direttamente sui fianchi, affondando le dita nella stoffa elastica dei pantaloni e premendo con forza inaudita il bacino di lei contro il mio basso ventre.
Giulia non si ritrasse. Anzi, inclinò la testa all'indietro, abbandonando completamente il peso della nuca contro la mia spalla, mentre le sue labbra si schiudevano in un sospiro caldo che bagnò il mio collo.
In quel contatto non c'era traccia di sorpresa o di imbarazzo: io stringevo la moglie del mio migliore amico, e l'atto sanciva l'inizio ufficiale dello scambio.
Contemporaneamente, a pochi metri di distanza, Marco soccorreva Elena.
Marco l'aveva cinta per la vita con il suo braccio possente, stringendola contro il proprio petto massiccio per proteggerla dal vento. Elena, con le nocche bianche e il respiro mozzato, aveva abbandonato la presa sui cavi per aggrapparsi con entrambe le mani alle spalle larghe di Marco, premendo il proprio corpo rigido contro il suo.
Io tenevo stretta Giulia.
Marco teneva stretta Elena.
Le coppie si erano ufficialmente e nettamente scambiate di posto.
L'aria tra noi era densa di un'elettricità palpabile, tagliente come il ghiaccio.
Io affondai le dita nei fianchi di Giulia, sentendo il calore della sua pelle attraverso i vestiti, mentre i suoi occhi verdi mi inchiodavano in uno sguardo di totale, febbrile abbandono. E poco più in là, vedevo Marco che abbassava il viso sulla spalla di Elena, sussurrandole parole di conforto che subito si trasformavano in carezze più audaci lungo la scollatura della sua giacca.
La passerella non era larga più di ottanta centimetri. Quella ristrettezza spaziale costringeva i quattro corpi a una contiguità feroce, inevitabile.
Io stringevo Giulia tra le braccia, con il suo bacino premuto contro il mio.
Le mie mani scivolarono sotto la sua giacca aperta, esplorando la pelle nuda dei fianchi e stringendola con possessività, mentre le nostre bocche finalmente si cercavano e si scontravano in un bacio profondo, denso, che sapeva di pioggia, di resina e di un tabù infranto.
Giulia rispondeva con una violenza improvvisa, le sue mani che mi artigliavano i capelli, tirandomi a sé con una forza disperata, le sue labbra che si aprivano avidamente per accogliere la mia lingua.
A brevissima distanza, Marco stava consumando il suo scambio con Elena.
Le sue mani grandi frugavano sotto la giacca di mia moglie, strappando gemiti soffocati e sussulti violenti a una donna che per anni era stata il simbolo dell'impeccabilità e del controllo borghese. Elena aveva i capelli sciolti bagnati di sudore e nebbia, la bocca socchiusa in un'espressione di abbandono totale tra le braccia di Marco, mentre le dita dell'amico le massaggiavano i seni attraverso il maglione inzuppato, facendola inarcare verso di lui con un lamento che sovrastava persino il vento.
Io, mentre possedevo con lo sguardo e con le labbra Giulia, percepivo chiaramente il corpo di mia moglie Elena che si offriva a Marco, e sapevo che Marco stava facendo lo stesso con mia moglie mentre io stringevo la sua.
Non c'era gelosia: c'era una complicità feroce, uno specchio rovesciato in cui ciascuno di noi vedeva il proprio partner ufficiale tra le braccia dell'altro.
La notte avanzò inghiottendo ogni cosa. La nebbia si trasformò in una brina sottile che gelava i capelli e irrigidiva i vestiti, ma nei nostri corpi il calore era salito a livelli parossistici, febbrili, alimentati da un'adrenalina che azzerava la fatica e il freddo.
Le coppie scambiate erano ormai un dato di fatto immutabile.
Da una parte io e Giulia continuavamo a fonderci in un abbraccio serrato: le sue cosce nude — ormai insensibili al gelo del ferro — erano avvolte intorno ai miei fianchi, e la mia bocca esplorava senza tregua il suo collo, le clavicole, il seno scoperto, mentre le mie mani ne modellavano il corpo con furia e passione. Dall'altra parte Marco ed Elena vivevano la loro notte parallela: Marco teneva mia moglie sollevata contro i tiranti d'acciaio, la sua bocca incollata alle labbra di Elena in un bacio interminabile, le mani che ne sollevavano i vestiti per possederne la pelle calda e tremante nel mezzo del gelo alpino.
Ogni tanto, mentre la passerella dondolava ritmicamente nel vuoto, le nostre traiettorie si sfioravano: le mani di Giulia cercavano per un istante il petto di Marco, mentre le mani di Elena sfioravano la mia schiena in un circuito chiuso di desideri incrociati. Ma i ruoli dello scambio erano netti, scolpiti nella pietra e nel metallo: io stringevo la moglie del mio migliore amico, e il mio migliore amico stringeva mia moglie.
Elena, un tempo così gelosa della sua privacy, si offriva a Marco con una generosità disperata, quasi animalesca, i suoi talloni che battevano ritmicamente contro i montanti della passerella, le sue dita affondate nelle spalle larghe dell'amico di sempre. E io perdevo ogni residuo di lucidità tra le braccia di Giulia, la cui bocca calda e i cui gemiti soffocati cancellavano qualsiasi ricordo della vita ordinaria.
L'idea stessa del tradimento segreto si era dissolta, superata da una nuova verità: eravamo entrati in una dimensione in cui la morale comune non aveva più diritto di cittadinanza, sostituita dalla legge implacabile del desiderio e dell'altezza.
Le prime luci del mattino filtrarono attraverso la nebbia come una lama di luce grigia, fredda, impietosa.
Il profilo delle montagne riemerse lentamente, e il fondovalle si svelò in tutta la sua vertiginosa profondità, mostrando il torrente argenteo che scorreva minuscolo duecento metri più in basso.
Il ritorno alla compostezza avvenne con una lentezza quasi rituale, priva di angoscia o di rimorsi.
Ci ricomponemmo in silenzio, aiutandoci a rimettere a posto le giacche, a riallacciare i cinturini, a rinfilar gli scarponi ai piedi di Giulia, che erano arrossati e intirizziti dal gelo, ma incredibilmente vivi. Nel momento di rimettere le coppie formali per la camminata di ritorno verso la civiltà, i confini erano ormai talmente trasparenti che persino lo sguardo tra me e Marco fu di totale, virile intesa, mentre Elena e Giulia si scambiarono un lungo abbraccio complice.
Quando mettemmo piede sulla roccia solida del versante opposto, la terra ferma ci accolse con la sua immobilità immodificabile.
Nessuno di noi era più lo stesso.
La struttura d'acciaio aveva registrato il nostro peso, il nostro passaggio, il nostro perfetto e simmetrico scambio e nei nostri sguardi, d'ora in avanti, avrebbe sempre brillato il riflesso di quel vuoto vertiginoso in cui avevamo smesso di appartenere a noi stessi e alle vecchie regole.
Vacca 24
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